domenica 8 febbraio 2015

L'INTRODUZIONE DI STRUMENTI DI VALUTAZIONE IN UNA CTRP PUBBLICA. PUNTI DI FORZA E CRITICITÀ

L'INTRODUZIONE
DI STRUMENTI DI VALUTAZIONE IN UNA CTRP PUBBLICA. PUNTI DI FORZA E CRITICITÀ


Anno 12, n. 50,
Gennaio 2012

Mirko Balbo[1]
Sonia Bardella
Daniela Burato
Raffaele Morello
Andrea Zanconato
Claudio Busana




Terapia di Comunità
Rivista bimestrale di psicologia

www.terapiadicomunita.org

Rivista ufficiale della Comunità Terapeutica IL PORTO onlus
Via Petrarca 18 - 10024 Moncalieri (TO)

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Lavoro presentato in occasione del Congresso Internazionale dell' Associazione
Mito & Realtà
- “La quali della cura nelle comunità terapeutiche" - Milano 30 settembre 2011. È possibile scaricare una versione in pdf
dell'articolo cliccando qui.




1.  Introduzione


Nel 1952 lo psicologo
inglese Hans Eysenck pubblicò una rassegna di 24 ricerche sui risultati
ottenuti in psicoterapia e concluse che non vi erano prove evidenti che ne dimostrassero l'efficacia.
La
maggior parte degli storici della psicoterapia considera
quell'analisi di Eysenck come una sfida provocatoria rivolta ai ricercatori, a dimostrare l'efficacia della psicoterapia , al di là delle numerose
stime di remissione spontanea. Il dibattito sull'efficacia della psicoterapia
è continuato ben oltre gli
anni cinquanta. Negli ultimi 10-15 anni sono aumentate le ricerche progettate per
valutare l'efficacia
di specifici interventi terapeutici per specifici disturbi, l'individuazione
di protocolli e linee guida e strumenti di misurazione dell'esito (Lyddon W. J.,   Jones Jr. J. V., 2002). In quest'ottica, nella
CTRP il Nido Rosa di Lonigo (VI), Comunità Terapeutica
per pazienti psichiatrici dellAzienda ULSS
5  Ovest  Vicentino,
si  sono  cominciate  ad
 utilizzare
 da
 circa
 tre
 anni  delle  scale
 di valutazione. Tale esigenza è stata sentita dal gruppo
di lavoro in modo crescente per affiancare alla
valutazione/impressione puramente clinica
degli strumenti che aiutassero a misurare le diverse aree oggetto della nostra osservazione, in particolare l'esito degli interventi terapeutici.




2.  Contesto di cura e pazienti

La CTRP il Nido Rosa è nata nel 1999 e storicamente ha ospitato pazienti con diagnosi
di schizofrenia, molti dei quali provenienti dallex ospedale psichiatrico. Negli
ultimi 10 anni attraverso un importante lavoro di formazione, gli operatori delle strutture intermedie hanno potuto acquisire strumenti e linee guida che hanno favorito l'impostazione
di programmi terapeutico-riabilitativi sempre più specifici e rispettosi dei bisogni delle differenti soggettività. Nella nostra
Comunità negli ultimi 5 anni si è assistito  ad un significativo turn over dei pazienti: coloro che
presentavano un quadro di cronicità con storie di malattia ultratrentennali sono stati trasferiti in strutture di lungoassistenza,
altri pazienti che avevano raggiunto un buon livello di funzionamento
sono stati dimessi in realtà abitative autonome o in famiglia, con un appoggio
più
o meno intensivo
nei
CSM e Centri Diurni.
 Si sono inseriti nuovi casi, sempre più giovani e con istanze differenti rispetto ai pazienti storici. Sono state ripensate le attività, mirate ai nuovi bisogni soggettivi
e rispettose della fase evolutiva di ciascuno. Seppur sia rimasta la psicosi la diagnosi prevalente,
sono  stati  inseriti
 anche  pazienti
 con  gravi
 disturbi  di  personalità  (in  particolare  borderline,
schizoidi, paranoici, evitanti e dipendenti).
Attraverso l’allargamento della rete degli stakeholders della Comunità, sono state coinvolte varie realtà del settore del volontariato e del mondo delle
associazioni, ed è stato possibile attivare varie iniziative tra cui un appartamento a bassa protezione che attualmente è occupato da tre pazienti dimessi dalla comunità, e che va ad inserirsi in una rete di 17 appartamenti a livello
dipartimentale.

3.  Strumenti e metodo

La convinzione che la Comunità produca cura è stata sempre piuttosto condivisa nell’equipe, ma
fino a tre anni fa non si adottava nessuno strumento di valutazione dell'esito in modo strutturato.
A livello valutativo ci si focalizzava esclusivamente sul caso singolo,
facendo riferimento a test che molto spesso  erano
 stati  somministrati
 ben  prima  dell'ingresso  del
 paziente,
 in  contesti  con


specifiche peculiarità, come il Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura,  difficilmente paragonabili alla  dimensione  di  cura  residenziale.  Le scale  di  valutazione  e  i  test  in
 generale
 venivano
considerate spesso come strumenti riduttivi o addirittura inutili, tali da offrire un prodotto
irrimediabilmente perdente  nella  competizione
con  l'esperienzclinica.  Traendo spunto
dall'esigenza
di fare un bilancio dell'attività nelle strutture
intermedie, cercando di capire se le Comunità Terapeutiche stavano funzionando
meglio adottando i nuovi protocolli e linee guida di
trattamento, e cercando di promuovere
uno studio dei casi che mostravano una resistenza al
trattamento, abbiamo iniziato a progettare un sistema di valutazione
che avesse come scopo la
misurazione della qualità del lavoro comunitario. Un lavoro quindi che non si basasse solo sulla
valutazione del caso singolo, ma che permettesse un'analisi del funzionamento
del
sistema di cura, uscendo dal pensiero dicotomico che ci teneva conflittualmente
imbrigliati tra gli apparenti estremi
contrapposti della valutazione clinica e della valutazione testistica.

Le prime scale che abbiamo deciso di adottare sono
state lSCL 90 e la HONOS, con
somministrazioni a cadenza semestrale su un campione medio di 14 residenti per anno dal 2010.
Di seguito riportiamo una breve descrizione dei due test.

Il test SCL-90 (abbreviazione
di Symptom Check List) è un questionario auto-somministrato
composto da 90 items relativi a disturbi eventualmente
provati nel corso dell'ultima settimana. Il soggetto fornisce una valutazione su una scala Likert da 0 (per niente) a 4 (moltissimo).
I risultatindividuano dieci
 dimensioni sintomatologiche di
 diverso significato. In
generale si
considerano di interesse punteggi medi uguali o maggiori a 1.00. E' inoltre calcolato un indice
globale (GSI
Global Score Index)
come punteggio medio di tutte le domande con risposta del test. Le dieci dimensioni sintomatologiche sono le seguenti:

  1. Somatizzazione: riflette disturbi che sorgono
    dalla percezione di
    disfunzioni corporee.
  2. Ossessione-Compulsione:
    pensieri, impulsi
    e azioni
    sperimentate come incoercibili e
    non volute
    dal soggetto.
  3. Sensibilità
    interpersonale:
    sentimenti di inadeguatezza
    e inferiorità
    nei confronti di
    altre persone.
  4. Depressione:  riassume  un  ampio  spettro  di  sintomi  concomitanti
     ad  una  sindrome depressiva.
  5. Ansia:
    insieme di
    sintomi e
    c
    omportamenti correlati
    ad un'alta
    ansia
    manifesta.
  6. Ostilità:
    pensieri,
     sentimenti  e  azioni  caratteristici  di  uno  stato  di  rabbia.
     irritabilità,
    risentimento.
  7. Ansia fobica: persistente risposta di
    paura
    irrazionale e non
    proporzionata nei
    confronti di persone,
    luoghi ed occasioni specifici che conduce a comportamenti di
    e
    vitamento/fuga.
  8. Ideazione paranoide: disturbo del pensiero caratterizzato da sospetto, paura
    di perdita
    di autonomia misto ad
    ostilità ed idee
    di riferimento.
  9. Psicoticismo: pur includendo alcuni sintomi primari della
    schizofrenia (allucinazioni, estraneità del
    pensiero),
    è da intendersi come una
    dimensione continua
    dell'esperienza
    umana caratterizzata
    da ritiro,
    isolamento
    e stile
    di vita
    schizoide.
  10. Disturbi del
    sonno:
    insonnia,
    sonno disturbato,
    risveglio precoce.

A differenza dellSCL-90, la scala HONOS
è  etero-compilativa
 ed è stata sviluppata nel 1993 dal Department of Health inglese nell'ambito del progetto
Health of the Nation”,
che aveva come obiettivo principale il miglioramento significativo della salute e del funzionamento
sociale per
soggetti con disturbi mentali. La Research Unit del Royal College of Psychiatrists,
per
valutare la misura del raggiungimento di tale obiettivo sviluppò appunto la HONOS, uno strumento che rispondeva
ai
seguenti requisiti: essere semplice e breve, essere adottabile non solo da parte dello psichiatra ma anche dal personale
paramedico; coprire in modo adeguato sia gli aspetti psichici che quelli sociali, essere sensibile
al
miglioramento, al peggioramento o alla mancanza di modificazioni
cliniche nel corso del tempo; essere affidabile, avere una validità paragonabile
a quella di scale più
ampie e di più larga diffusione. La HONOS è composta da 12 items che esplorano quattro aree:

  1. esperienze
    psichiche soggettive
    disturbanti
    : dall'ansia e la depressione fino
    ai sintomi
    psicotici;
  2. deficit delle
    funzioni di base
    : come il rallentamento psicomotorio
    e le compromissioni
    cognitive e
    f
    isiche con
    i loro
    effetti
    diretti sul
    funzionamento del soggetto;
  3. problemi comportamentali: che
    hanno un impatto significativo
    sul soggetto e/o sugli altri,
    come la
    violenza auto/etero
    diretta;
  4. problemi ambientali: abitativi, occupazionali,
    economici, interpersonali e del
    sistema di
    supporto sociale che
    possono limitare l'autonomia funzionale che il soggetto potrebbe potenzialmente raggiungere.

Il punteggio è espresso su una scala da 0 a 4, dove 0 corrisponde all'assenza di problemi in quell'area d'indagine e 4 alla massima gravità.







3.1  Punti di forza

L'SCL-90 e la scala HONOS sono state scelte in base alla loro semplicità, affidabilità, validità
 che le
 rende
 funzionali  nelle
 somministrazioni  ripetute,
 permettendo  di  coinvolgere
non  solo
 lo psicologo e/o lo psichiatra, ma anche tutti gli operatori e infermieri, con conseguenti vantaggi sulla condivisione della valutazione del paziente e la possibilità di elaborare ulteriormente gli obiettivi
terapeutici. Lo scopo indiretto è stato quello di coinvolgere e responsabilizzare maggiormente l'intera équipe. Infatti, in una ricerca del 2009 promossa da
Marta Vigorelli, l'indice del senso di responsabilizzazione  da  parte  degli
 operatori  era
 piuttosto  basso.
 Questo lavoro,  basato
 sulla
raccolta del punto di vista di tutti gli operatori che a vario titolo lavorano in Comunità ( OS,
infermieri, assistente sociale, psichiatra, psicologo…), tramite
 la compilazione di un questionario anonimo, ha permesso di sviscerare con più evidenza i diversi aspetti connessi al tema della responsabilizzazione. Ci sembra che questo sia un fulgido esempio di come strumenti di valutazione ed esperienza clinica possano integrarsi per lavorare al
meglio.




Nella Figura 01 si può vedere un esempio di grafico relativo a somministrazioni ripetute
annualmente dellSCL-90, che rappresenta l'andamento longitudinale della sintomatologia
di un paziente. In ordinata sono riportati i punteggi di gravità (cut off per valori maggiori-uguali a 1,00)
e in ascissa le dimensioni sintomatologiche
(vedi sopra: paragrafo 3). In questo caso avevamo a disposizione dati già dal 2008.
I grafici che seguono mettono in risalto l'analisi longitudinale per
tutti i pazienti, con
la possibilità di vedere l'andamento dei risultati per il
soggetto singolo e per il gruppo.







Nella Figura 02 in ordinata abbiamo i punteggi a gravità crescente, in ascissa ogni tacca corrisponde ad un paziente di cui si può vedere l’andamento nel corso del tempo.


Nella figura 03 in ordinata abbiamo i punteggi
 SCL 90 a gravità crescente, in ascissa ogni tacca corrisponde ad un paziente di cui si può vedere l’andamento nel corso del tempo.

Abbiamo trovato utile labbinamento della SCL 90 e della HONOS in quanto ci ha permesso di
incrociare il
punto di vista dellospite con quello dell’equipe.
Come detto, l SCL- 90 è auto-compilativa e il personale nella somministrazione
si limita a fare da
supporto ai pazienti. Per quanto riguarda la somministrazione della HONOS
si organizzano delle riunioni periodiche in cui gli operatori in turno (operatori socio-sanitari e infermieri), coordinati
dalla caposala e dallo psicologo-educatore,
compilano la scheda. Gli operatori hanno dimostrato di apprezzare tale metodologia accordando un'importante
collaborazione
e partecipazione alla
somministrazione e discussione dei risultati dei test. I dati di entrambi gli strumenti vengono poi
riportati periodicamente nelle riunioni d'equipe e contribuiscono ad arricchire questi momenti di
significati clinici in cui si integrano le diverse osservazioni.



Nella figura 04 si può notare come esistano delle discrepanze tra la linea verde ( HONOS) e le
colonne blu (SCL-90). Tali discrepanze si riferiscono alle differenze tra come il paziente si vede e
come lo vede l'equipe. E' interessante evidenziare che le discrepanze maggiori corrispondono ai casi
di maggiore gravità in cui il paziente ha una capacità di critica maggiormente
compromessa. I risultati dei test vengono poi discussi con i pazienti cercando di ragionare assieme sul senso clinico
e ridefinire gli obiettivi terapeutici.







3.2 Limiti e sviluppi

L'SCL-90,  chiedendo  al
 paziente  di  elencare
 i
 sintomi  dell'ultima  settimana e  misurandone
l'intensità percepita, prende in considerazione un periodo troppo breve e quindi può offrire dei
risultati oscillanti nel tempo,
non solo a medio-lungo termine ma anche a breve.  Va evidenziato altre che questo strumento non può essere compilato autonomamente da tutti i pazienti e quindi con alcuni di essi l'unico strumento possibile è la valutazione da parte del clinico con strumenti eterovalutativi come la HONOS. Tale limite fa che il confronto tra gli outcomes dei due
test non
possa riguardare l'intero campione dei soggetti.
Abbiamo considerato inoltre che la comparazione tra
SCL-90 e HONOS così com'è stata fatta è
piuttosto grossolana, in quanto le due scale prese di per sono paragonabili solo in parte. Poiché HONOS valuta items che SCL-90 non prende in considerazione, stiamo
 cercando di individuare le aree simili delle due scale per scorporarle e confrontarle.
Abbiamo ritenuto utile approfondire alcune aree di funzionamento in modo più particolareggiato
attraverso l'uso di altri strumenti di valutazione che possano
permettere di esplorare dimensioni
d'indagine differenti e in modo più dettagliato.
 A questo scopo nellultimo anno abbiamo adottato
nuovi strumenti:
lABID-S  per gli esiti del programma riabilitativo sulle abilità di base e la STAY
per
l’andamento dellansia di tratto e di stato, relativamente ai vissuti percepiti dagli ospiti nelle
attività riabilitative. Oltre a ciò abbiamo isolato alcuni items dall'SCL-90 per valutare la presenza di rischio suicidario e stiamo utilizzando la scala SAS II per la valutazione dell’adattamento sociale.
Il lavoro con questi nuovi
strumenti è in fase iniziale e non abbiamo ancora dati sufficienti da analizzare.



4. Risultati e conclusioni

In questo lavoro abbiamo
presentato dei dati ancora parziali relativi agli anni 2010 e 2011, e riteniamo che si debba continuare la ricerca per consentire una valutazione longitudinale più completa, prendendo in considerazione 4-5 anni, che corrispondono al periodo medio dei programmi terapeutici
personalizzati in comunità.
I test hanno finalmente permesso di fare una prima valutazione oggettiva del percorso terapeutico in
Comunità. E' stato così possibile
mettere in evidenza le variazioni delle condizioni
cliniche dei
pazienti. Abbiamo rilevato un miglioramento nel 50 % dei casi, una stabilizzazione in circa il
30% e un peggioramento
nel 20%. Questi dati clinici correlati con altri, come per esempio la notevole
riduzione dei ricoveri ospedalieri nei reparti per acuti, l'incremento della recovery
sia
nella dimensione dell'autonomia abitativa che dei tirocini di lavoro, dimostrano una
efficacia dei percorsi
di cura nelle comunità terapeutiche.
L'utilizzo di strumenti di misurazione a supporto della valutazione clinica, e non in competizione con il tradizionale giudizio basato sull'esperienza clinica quotidiana, aiuta a salvaguardare
e a comprendere più
 approfonditamente la
 soggettività del  paziente
 in  comunità.  In
 questmodo
pratica clinica e misurazione oggettiva diventano strumenti integrati a sostegno del Progetto
Terapeutico Individualizzato. In particolar modo per i pazienti resistenti al trattamento, che
costituiscono una vera e propria sfida, tale integrazione rappresenta il faro imprescindibile del
lavoro terapeutico.
In conclusione,
sebbene non sia stato facile introdurre le scale di valutazione in una realtà come la
nostra che era abituata a basarsi esclusivamente sulle valutazioni
cliniche dell’équipe, abbiamo constatato che esse possono essere un
nuovo strumento e rappresentare un passo in avanti per
uscire dall’autoreferenzialità. Utilizzare strumenti validati e condivisi permette inoltre un confronto esteso ad altre realtà al fine di favorire una messa a fuoco degli aspetti di fragilità e dei punti di forza delle Comunità Terapeutiche; contribuisce
a rendere visibile e valutabile il lavoro della comunità
preservando i valori e la cultura caratteristici di ogni esperienza. (Biaggini M., Pismataro C.P., Mingarelli L., 2011. Gruppo Studio Mito e Realtà, progetto visiting nelle comunità italiane).









BIBLIOGRAFIA

Balbo M., Busana C.,  Magnabosco R., Sartori P., 2005. Valutazione del fenomeno suicidarlo in
rapporto alla rete dei servizi
, Studi su aggressività e suicidio. Ed. Cleup.

Biaggini M., Pismataro C.P., Mingarelli L., 2011. Gruppo Studio Mito e Realtà, Progetto visiting
nelle comunità italiane
.

Conti L. (1999). Repertorio delle scale di valutazione in psichiatria. Ed. See Firenze.

Ferruta A.
, Foresti G. ,
 Pedriali E., Vigorelli M. (1998). La comunità terapeutica tra mito e realtà.
Ed. Cortina.

Kernberg, O  .  (1976). Object  relations theory  and  clinical  psychoanalysis. New  York:  Jason
Aronson, Inc.

Lyddon W. J.,  Jones Jr. J. V. (2002). L'approccio evidence based in psicoterapia. Ed. Mc Graw- Hill.

Modell, A. (1976). The "holding environment" and the therapeutic action of psychoanalysis.
Journal of the American Psychoanalytic Association, 24, 285-307.

Muller, J.P. (2007). A view from Riggs: Treatment resistance and patient authority - IV. Why the pair needs the third. Journal of the American Academy of Psychoanalysis and Dynamic Psychiatry,
35(2), 221-241.

Perini M. (2008). Relazione per
il
Convegno di Mito &
Realtà  Dimensioni della responsabilità nei
curanti e negli ospiti delle Comunità Terapeutiche e delle strutture intermedie”.

Shapiro, E.R., & Plakun, E.M. (2009). Residential psychiatric treatment: An intensive psychodynamic approach for patients with treatment-resistant disorders. In S.S. Sharfstein, F. B.
Dickerson, & J.M . Oldham (Eds.), Textbook of hospital psychiatry (pp. 285-297). Washington: American Psychiatric Publishing lnc.

Tillman, J.G. (2003). The suicide of patients and the quiet voice of the therapist. Journal of the
American Academy of Psychoanalysis and Dynamic Psychiatry, 31 (3), 425-427.

Tillman, J.C. (2005). When a patient commits suicide: An empirical study of psychoanalytic clinicians. lnternational journal of Psychoanalysis, 87, 159-177

Vigorelli M. e coll. (2008). Relazione sulla “ricerca pilota relativa al
lavoro in equipe, la leadership
e i processi di responsabilizzazione in un campione di residenzialità terapeutiche italiane”.









1.1 [1] Mirko
Balbo è Psicologo - Psicoterapeuta coordinatore programmi terapeutici CTRP il
Nido Rosa di Lonigo
1.2 Sonia
Bardella è Psichiatra, Responsabile medico delle CTRP del DSM ULSS 5 e del CSM
di Lonigo
1.3 Daniela
Burato è caposala della CTRP e del CSM di Lonigo
1.4 Raffaele
Morello è assistente sociale della CTRP e del CSM di Lonigo
1.5 Andrea
Zanconato è psicologo-educatore, coordinatore delle attività riabilitative
della CTRP di Lonigo
1.6 Claudio
Busana è Direttore del Dipartimento Salute Mentale ULSS 5

LE ORGANIZZAZIONI COME CONTENITORE







LE ORGANIZZAZIONI COME CONTENITORE





Anno
14, n. 59, Dicembre 2014
Robert. D. Hinshelwood


Traduzione a cura di Matteo Biaggini


Relazione
magistrale presentata al Convegno Internazionale organizzato dall’Associazione
Mito & Realtà, intitolato Quotidianità ed emergenza. La manutenzione
del contenitore istituzionale
,
tenutosi a Milano il 26 settembre 2014.

Note biografice sull’autore in calce
all’articolo.



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1.      Introduzione

In inglese, talvolta
diciamo a bambini quando diventano molto eccitati che si dovrebbero
“contenere”. Si tratta di un’affermazione utilizzata tutti i giorni e
comunemente dai genitori. Ma negli ultimi 50 anni, l’idea di contenere gli
stati emotivi ha acquisito un significato specifico per la psicoanalisi. Freud
scoprì che con la crescita, la mente dei bambini trovava modalità di
proteggersi per fronteggiare una varietà di esperienze, che sarebbero di
conseguenza riaffiorate nei sogni e nei sintomi. Ognuno quindi possiede una
mente inconscia, perchè tutti abbiamo avuto pensieri, sensazioni ed esperienze
terribili che devono essere isolati dietro un muro - un muro che Freud chiamò
rimozione.

Per molto tempo la
pratica della psicoanalisi si è focalizzata su questa protezione che le nostre
menti adottano per difendersi da ricordi dolorosi del passato, e da situazioni
angosciose nel presente. Comunque, il solo parlare a un paziente delle difese
con cui si protegge serve a poco. Ed è ovvio che se chiediamo ai pazienti di rinunciare
alle proprie difese, li esponiamo al dolore da cui sentono il bisogno di
difendersi. Quindi, il focus si è spostato sul dolore e sull’ansia al di là
delle difese protettive. In altre parole gli psicoanalisti si sono resi conto
che è necessario parlare con i pazienti delle loro ansie almeno quanto delle
difese. E ancor più, che i pazienti hanno bisogno di sapere che l’analista non
sta solo parlando di teorie sui conflitti e le ansie, bensì che sa cosa
significa provare quelle ansie. Come Rosenfeld sottolineò nel suo libro
sull’empasse:

“Un
prerequisito del trattamento psicoanalitico è che sia necessario entrare
sufficientemente in contatto con i sentimenti e i pensieri del paziente, per
sentire e fare una esperienza personale di ciò che sta vivendo il paziente”.
(Rosenfeld 1987, p. 12).


In termini kleiniani,
un paziente proietterà i suoi sentimenti nell’analista che dovrà essere “un
sensibile apparato ricettivo” – questa era un’idea derivata dall’originaria
concezione di Freud dell’inconscio dell’analista che riceve-accoglie
l’inconscio del paziente. È in relazione a queste proiezioni che l’analista
“contiene” le esperienze del paziente. Di fatto l’analista accoglie quelle
esperienze che il paziente proietta, e in questo modo ne fa esperienza, non limitandosi
solamente a parlarne.

Al di là dei risvolti
più tecnici, tutti questi aspetti sono implicati nella teoria dell’interazione
madre-bambino. Quando il figlio piange, la madre avverte effettivamente le
avvisaglie di uno stato di allarme relativamente al bambino. In altri termini,
il contenimento esercitato attraverso la proiezione è una forma piuttosto
normale di interazione umana. La prima descrizione che diede Bion del
contenimento è la seguente:


“La
situazione analitica ha progressivamente consolidato nella mia mente la
sensazione di essere testimone di una scena estremamente precoce. Ho avvertito
che il paziente ha fatto esperienza nell’infanzia di una madre che ha
coscienziosamente risposto alle manifestazioni emotive del bambino. Questa
coscienziosa risposta aveva al suo interno una componente di ansia del tipo
“non so cosa stia capitando a questo bimbo”. La mia deduzione fu che al fine di
comprendere cosa il bambino volesse, la madre avrebbe dovuto trattare il pianto
del figlio come qualcosa che andava oltre una domanda di presenza. Dal punto di
vista del bambino lei avrebbe dovuto prendere dentro di sè – in questo modo
facendone esperienza diretta - la paura che il bambino stesse morendo. Era
questa paura che il bambino non era in grado di contenere. Lottava per
espellerla assieme alla parte della personalità in cui era collocata,
proiettandola nella madre. Una madre capace di una reale comprensione è in
grado di sperimentare il sentimento di terrore, che questo bambino stava
sforzandosi di affrontare attraverso l’identificazione proiettiva, mantenendo
nonostante questo un atteggiamento equilibrato”. (Bion 1959. p, 312-313).

In sostanza egli
descrive come questa interazione origini molto presto nella vita, rivelandosi
fondante per lo sviluppo di una persona. È anche individuabile nelle comuni
conversazioni tra adulti: “condividiamo” le nostre esperienze con gli altri, e
ci aspettiamo che un amico sappia realmente cosa proviamo, quando siamo tristi
o preoccupati.


2.   
Organizzazioni
e stress

Quindi, questa
modalità proiettiva di comunicazione e contenimento è abbastanza diffusa tra le
persone; ma si manifesta anche nei gruppi sociali e nelle organizzazioni
lavorative? E questo tipo di contenimento influisce sull’efficacia del lavoro
di gruppo organizzato? Bene, è opinione largamente condivisa che questa
attività di contenimento esista nella organizzazioni lavorative in una qualche
forma – sebbene questa resti una questione ancora aperta.

Nonostante Bion
avesse studiato le dinamiche di gruppo negli anni ’40 prima di diventare
psicoanalista, iniziò a pensare psicoanaliticamente a questi temi solo negli
anni a cavallo tra il 1952 e il 1955, per tralasciarli in seguito. Ma Elliot
Jacques portò avanti questo discorso dopo il ’53, e la sua collaboratrice Isabel
Menzies (1959) fece studi sulle organizzazioni sanitarie utilizzando le sue
idee. Jacques pensava che gli individui nelle organizzazioni potessero
utilizzare l’organizzazione sociale per supportare le proprie difese
psicologiche. E che oltretutto potessero fare ciò collettivamente, influenzando
l’intera cultura dell’organizzazione, talvolta distorcendola. Le modalità di
svolgimento del lavoro possono essere di sostegno alle difese degli individui,
e possono anche distogliere l’organizzazione lavorativa dal suo principale
proposito, altrimenti detto compito primario. Fenomeni di questo tipo
costituiscono una dimensione inconscia della cultura; e, essendo inconsci, sono
essenzialmente sconosciuti. I loro effetti possono essere colti, ma non possono
essere corretti senza una qualche comprensione della natura dei processi
inconsci – l’ansia, i conflitti e le difese. E questi problemi, se mi è
concesso dirlo, riguardano anche le organizzazioni psicoanalitiche e
psicoterapeutiche!

Cercherò
di darvi alcune idee di queste caratteristiche inconsce delle organizzazioni.
Una delle prime idee di Jaques è questa:

“Gli
individui possono mettere i propri conflitti interni in persone del mondo
esterno, seguire inconsciamente il corso del conflitto per mezzo dell’identificazione
proiettiva, e re-internalizzare il corso del conflitto per mezzo
dell’identificazione introiettiva”. (Jaques, 1955, p. 497).

Questa è una
formulazione in termini di proiezione, un processo che si sviluppa nei gruppi
sociali, e che assomiglia al contenimento nella situazione di terapia.
Tipicamente le persone si scindono in due differenti gruppi, e fazioni e sette.
È un fenomeno diffuso, penso che lo diamo per scontato, ma ovviamente è il
presupposto di ogni guerra, quanto questa dinamica di gruppo agisce a livello
delle nazioni. Freud lo sapeva, e lo definì “il narcisismo delle piccolo
differenze” nel quale:

“È
sempre possibile legare assieme un numero considerevole di persone in idillio,
finché vi sono altre persone destinate a essere oggetto delle manifestazioni
della loro aggressività… e sono proprio le comunità con territori confinanti,
così come quelle in rapporto tra loro in altri modi, che sono costantemente
coinvolte in faide,  e si ridicolizzano
reciprocamente – come gli Spagnoli e i Portoghesi, per esempio, i Tedeschi del
Nord e quelli del Sud, gli Inglesi e gli Scozzesi, e così via”. (Freud 1930, p.
114).

Freud era interessato
al tema in quanto processo di distorsione dell’identità attraverso
l’appartenenza a un gruppo, e lo descrisse nel suo scritto sulla negazione:

“Espressa
nel linguaggio delle più primitive pulsioni istintuali – quelle orali – la
conclusione cui si giunge è: “Mi piacerebbe mangiare questo”, o “Mi piacerebbe
sputarlo”; e, posta in termini più generali: “Mi piacerebbe prendere questo
dentro di me e tenere quello fuori”. Che equivale a dire: “sarà dentro di me” o
“sarà fuori di me”. Come ho mostrato altrove, l’originario Io-piacere desidera
introiettare in se stesso tutto quanto è buono, ed espellere da sé tutto ciò è cattivo.
Gli aspetti cattivi, alieni all’Io ed a lui esterni sono, prima di tutto,
identici”. (Freud 1925, p. 237).

Freud sta qui
mettendo in evidenza che noi tutti viviamo il conflitto tra la parte buona
della nostra natura e quella opposta, la cattiva. Appartenere a un gruppo
sociale ci permette di avere una sintonia con gli altri per vedere tutto il
male in un altro gruppo. Senza dubbio questa sembra una dinamica inconscia
molto comune, alla quale ci si riferisce nel linguaggio di tutti i giorni, quantomeno
in inglese quando si dice che siamo uniti da un nemico comune.

E questo ci fornisce
un esempio di come sia possibile aggregarsi in un’unità. Comunque, quando
Isabel Menzies fece la sua ricerca nel 1950, scoprì un processo più specifico
di collettivizzazione su base inconscia, e valutò che alcune forme di lavoro
causano stress particolari tra i lavoratori. Poiché si tratta di uno stress
diffuso, si diffondono modalità comuni con i quali i membri delle
organizzazioni si proteggono tutti assieme. La Menzies investigò il servizio
infermieristico di un ospedale generale. Al riguardo dello stress, affermò che:

“La
situazione obbiettiva affrontata dall’infermiera mostra una straordinaria
rassomiglianza con le fantasie che esistono in ogni individuo, ai livelli più
profondi e primitivi della mente”. (Menzies 1959, p. 46).


In altre parole, i
pazienti che sono sofferenti, terrorizzati, nel dolore, morenti, e così via,
corrispondono più o meno agli esiti delle più primitive e sadiche fantasie
della mente inconscia. Poiché questa è un’esperienza condivisa dai membri del
servizio infermieristico, per quanto inconsciamente, questi sono inclini a
mettere in atto difese simili e a cercare un supporto nell’organizzazione
sociale. In questo caso, Menzies osservò come certe pratiche infermieristiche
specifiche avevano preso piede nel servizio. Individuò un certo numero di
quelle che definì tecniche difensive, che le infermiere adottavano e che
potevano essere considerate di aiuto per gestire lo stress determinato dalle loro
fantasie inconsce, anche se comportavano un peggioramento sensibile della
qualità del loro lavoro. Queste caratteristiche del servizio erano:

·         
Scindere
la relazione infermiera-paziente suddividendo il carico di lavoro in compiti;
·         
Allontanamento
e negazione dei sentimenti;
·         
Tentativo
di eliminare il processo decisionale sostituendolo con procedure di controllo e
verifica;
·         
Riduzione
dell’impatto della responsabilità delegando la responsabilità ai ranghi
superiori.
·         
Evitamento
del cambiamento.

Ecco due esempi di
queste modalità di lavoro

1.                  
Distanziamento emozionale dai pazienti: le infermiere rendevano i
pazienti anonimi, e quindi in qualche modo depersonalizzati, attraverso vari
metodi che includevano il riferirsi al paziente utilizzando il numero del letto
nel reparto ospedaliero, o utilizzando la diagnosi, o riferendosi all’organo
del corpo affetto da patologia. In aggiunta si rendevano anonime indossando
uniformi. Questi elementi della pratica avevano la conseguenza di rendere il
paziente molto meno umano, in questo modo depotenziando le fantasie inconsce
che la condizione deteriorate del paziente suscitava nello staff.

2.                  
Proiettare la responsabilità verso l’alto: le
infermiere tendevano a evitare di prendere iniziative autonomamente, e si
limitavano a svolgere compiti routinari richiesti dai superiori. Ad esempio
durate la notte, potevano somministrare le terapia prescritte, svegliando il
paziente per dargli un sonnifero. Questa è una vera e propria negazione della
responsabilità, che viene così collocata nelle routine e nei protocolli imposti
dalle figure responsabili. Il fine ultimo è che ogni responsabilità riguardante
gli effetti di queste fantasie possa essere evitata.

Si può così notare
come le modalità di lavoro innalzino il grado di difese degli individui. Al
tempo stesso, le pratiche compromettono chiaramente le buone cure
infermieristiche. I pazienti vengono progressivamente spersonalizzati. Le
infermiere trattano la malattia piuttosto che le persone. È tipico di una
difesa nevrotica, dove la soluzione di un conflitto, alla fine, rende la vita
più difficile, piuttosto che semplificarla.
Si comprende quindi
come lo stress nel lavoro delle organizzazioni possa avere un impatto,
attraverso processi inconsci non adeguatamente riconosciuti. È probabile che
solo le persone che hanno familiarità con la psicoanalisi, e con l’inconscio,
possano cogliere pienamente le origini di questi effetti nocivi; quanto meno
sono le uniche persone in grado di mettere in luce i legami inconsci tra questi
problemi organizzativi e ciò che li causa, ovvero lo stress lavorativo.


3.   
Deviazione
del compito

La Menzies approfondì
questo infelice esito organizzativo derivante dallo stress. Il lavoro nel
servizio infermieristico assegnava meno importanza alla cura personale dei
pazienti sofferenti, così che alcuni aspetti del lavoro erano inutilmente
distorti per alleviare lo stress di chi vi lavorava. C’è una deriva del compito
che si allontana dal suo proposito originario, indirizzandosi verso un
obiettivo secondario. La psicoanalista scozzese mise in luce questo fenomeno di
sviluppo di un anti-obiettivo in alternativa all’obiettivo primario, e descrisse
l’esempio di un collegio scolastico infantile che ospitava bambini molto
deprivati (Menzies, 1979). In quel contesto lo staff e gli ospiti svilupparono
un sistema scolastico basato principalmente sulle fantasie inconsce più diffuse
tra questi bambini. Il compito della scuola deviò nella direzione di compensare
le carenti cure genitoriali offerte a questi bambini, tendendo a negare il compito
educativo accademico consciamente condiviso.

Lo studio su questa
scuola fu preceduto dall’analisi di un’altra dolorosa situazione, ad opera di
Miller e Gwinne (1972) nella quale il compito era altrettanto distorto. Il
lavoro ad alto tasso di stress si svolgeva in residenze per disabili fisici
incurabili. La cura era stata distorta nelle menti dello staff e degli ospiti,
ed era concepita inconsciamente in due differenti modi: o si trattava di
“immagazzinare” casi senza speranza o, alternativamente, di investire sulle
potenzialità umane delle vittime facendole “fiorire” come se fossero
completamente normali, e non disabili. In questo caso l’obiettivo si era
tramutato in una cura eccessiva, oppure in un diniego difensivo, proteggendo lo
staff (e forse anche gli ospiti) dal confrontarsi con l’autentica e così dura
condizione di vita degli ospiti internati.



4.   
Contenimento
funzionale e disfunzionale.

Quindi, possiamo immaginare
una forma disfunzionale di contenimento. Le organizzazioni sono turbate dai sentimenti
intensi dei loro membri – almeno quelle organizzazioni dove il lavoro causa uno
stress elevato. Ho fatto riferimento solo al settore della salute, ma è
probabile che altre tipologie di organizzazioni ne siano influenzate, come le
forze armate e la polizia, che sono soggette ad altro grado di stress.
Sembrerebbe che le istituzioni educative, almeno a livello delle scuole
inferiori, siano condizionate da dinamiche inconsce significative (Hinshelwood
20**). Forse potrebbe esserne affetta anche l’industria manifatturiera di armi,
con le sue sinistre finalità di morte violenta.

Negli esempi che vi
ho portato riguardanti le organizzazioni di cura, dove l’effetto dello stress è
in parte quello di distorcere il funzionamento dell’organizzazione, possiamo osservare
che l’organizzazione non è un efficace contenitore dello stress.
Dopo la prima
introduzione che fece Bion dell’idea di contenimento, egli ne diede in seguito
diverse rappresentazioni. Lo descrisse in termini di una madre che aiuta un
bambino a far fronte alle sue esperienze, ma comprese che poteva assumere anche
forme disadattive. Ecco un’altra sua affermazione tratta dal lavoro che vi ho citato
all’inizio del mio scritto:

“Questo
paziente aveva dovuto avere a che fare con una madre che non era in grado di
tollerare di fare esperienza di vissuti di questo tipo, e che reagiva o respingendoli,
o alternativamente divenendo preda dell’ansia che si originava
dall’introiezione dei sentimenti del bambino”. (Bion 1959, p. 313).

Chiaramente questo
processo grazie al quale le ansie vengono accolte in uno stato mentale
equilibrato, venendone modificate, non accade in un’organizzazione in quanto
tale. Può solo accadere all’interno di una mente umana. Per esempio, ritornando
all’esempio del servizio infermieristico della Menzies, l’organizzazione non
può mettere al sicuro (e quindi neutralizzare) le fantasie più primitive e
sadiche. I sentimenti di colpa e depressivi che queste fantasie alimentano,
possono essere esclusivamente riposti in altre persone all’interno
dell’organizzazione, perché altri sentano quella colpa e quella depressione. E
infatti questo può condurre a lunghe concatenazioni per mezzo della quali le
esperienze sono ricollocate secondo questa modalità proiettiva (Hinshelwood
1989**), mentre la colpa (o la responsabilità) viene passata da una persona
all’altra.

Questo tipo di
organizzazioni necessitano molto di alcuni individui esperti, e con personali
risorse interne, che possano equilibrare e modificare le ansie, e che facciano
un’appropriata valutazione di come alcune esperienze non corrispondano alla
realtà. Le loro competenze sono inoltre necessarie per mantenere un quadro
reale della situazione nella mente, così come un’idea realistica del lavoro che
può essere fatto. Qualcuno che giunge a un pronto soccorso e che è gravemente
ferito in seguito a un incidente stradale, può in qualche modo rappresentare la
vittima di ripugnanti attacchi sadici agiti in fantasia. Ma è comunque un vero
paziente con reali ferite, rispetto alle quali è possibile fare qualcosa di
realistico. È necessario riconoscere in termini realistici la ben più gravosa
responsabilità di valutare le possibilità di trattamento, una volta constatate
le effettive ferite del paziente. Chi è destinato, in un’organizzazione di cura
di questo tipo, ad essere colui che può modificare le fantasie confrontandole
appropriatamente con il compito reale? Forse questo funzionamento inconscio è
il compito della vera leadership, e penso che potremmo considerare l’ipotesi
che questa capacità di andare oltre, su di un piano più emotivo, sia ciò che
distingue un leader da un manager.

Ho paura che queste
idee siano molto distanti dal modo consueto di pensare alle organizzazioni. E
non sono certo che conducano a chiari metodi di intervento. Ma sulla base
dell’ipotesi che ho appena proposto, forse potremmo riconoscere il contenimento
emotivo come un aspetto della leadership. E quindi i gruppi di sostegno
dovrebbero essere previsti soprattutto per i leader, piuttosto che per i membri
più giovani. In un’organizzazione, c’è bisogno che almeno qualcuno comprenda in
che modo le pratiche di lavoro sono distorte, così come il fenomeno di deriva
del compito verso un anti-compito.

Seguendo il
ragionamento di Freud, Jacques pensava che ciò che fa sì che le persone si
uniscano a partire dai propri bisogni di difendersi, sono le ansie che di fondo
assediano noi tutti. Menzies, in un modo forse più sottile, aggiunse che il
fattore primario in questa risposta inconscia – almeno nelle organizzazioni
lavorative – è l’ansia condivisa connaturata al lavoro stesso.

Se non possiamo
sostenere che le organizzazioni contengano le ansie, sembra piuttosto chiaro
che supportino modi difensivi e disadattivi di affrontare l’ansia. Perché le
organizzazioni contengano realmente le ansie, dev’esserci qualche persona che
le gestisca in un modo che permetta al lavoro di proseguire in modo realistico.
Ho suggerito che questa sia l’autentica funzione di un leader.

Sorge spontaneo
domandarsi cosa accade quando le persone con risorse inconsce sufficienti non
sono coloro con più anzianità e maggior riconoscimento nelle organizzazioni. Si
potrebbe supporre che i clinici più esperti in un ospedale siano quelli con la
capacità di mantenersi su un piano di realtà a fronte di fantasie inconsce, mentre
i manager si ritengono i veri responsabili. È forse questa una delle cause
dell’irrisolvibile tensione tra le due professioni?


5.   
Conclusioni

Ho tentato di
riflettere sugli onnipresenti bisogni degli esseri umani, di ogni età, di
essere contenuti, e sono giunto alla conclusione che abbiamo ben poche idee o
teorie su come le organizzazioni potrebbero essere coinvolte in questa funzione
di contenimento, nel bene o, spesso, nel male.
Parrebbe che ci sia
sempre stato un’incessante domanda di contenimento, senza la necessaria
comprensione di questi processi. Poiché i processi sono in gran parte inconsci,
probabilmente solo coloro che hanno familiarità con le idee psicoanalitiche
possono realmente mantenerne il necessario grado di comprensione.











Robert
D. Hinshelwood

è  psichiatra e psicoanalista, membro
della British Psychoanalytical Society e del Royal College of Psychiatrists.
Esponente di spicco del movimento delle comunità terapeutiche inglesi, è stato
fondatore dell’International Journal of Therapeutic Communities, del British
Journal of Psychotherapy e della rivista Psychoanalysis and History, nonché
presidente dell’Association of Therapeutic Communities. Dal 1993 al 1997 è
stato direttore clinico del Cassel Hospital. Tra le numerose pubblicazioni
ricordiamo "Che cosa accade nei gruppi", il "Dizionario di
Psicoanalisi Kleiniana", "Il Modello Kleiniano", "Osservare
le organizzazioni". Collabora con l’Università Dell’Essex, dove è
professore di psicoanalisi. Si sta occupando di epistemologia della
ricercapsicoanalitica.










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