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venerdì 28 novembre 2014

Il leone del deserto

Il leone del deserto 

wikipedia.org 

(in arabo: أسد الصحراء, Asad al-ṣaḥrāʾ), realizzato nel 1981 per la regia di Moustapha Akkad, è un film storico, basato sulla vita del condottiero senussita libico Omar al-Mukhtar, che si batté opponendosi alla riconquista della Libia da parte del Regio Esercito italiano, interpretato da Anthony Quinn.


Il film è stato censurato impedendone la distribuzione in Italia, in quanto "lesivo all'onore dell'esercito italiano", dove è stato trasmesso in televisione solo nel 2009 a distanza di quasi trent'anni.

Il regista e produttore siriano Mustafà Akkad fu ucciso in Giordania nel 2005 in un attentato kamikaze di terroristi di al-Qāʿida ad Amman.

Trama

È il 1929 e l'allora capo del governo italiano Benito Mussolini (interpretato da Rod Steiger) deve confrontarsi con la ventennale guerriglia intrapresa dai locali arabi e berberi di Libia che si battono contro il colonialismo italiano e le sue rivendicazioni di una "quarta sponda", a simboleggiare un rinato Impero Romano sul suolo d'Africa.

L'Italia aveva occupato la regione, che era parte dell'Impero Ottomano,
nel 1911-1912, sconfiggendo i turchi che occupavano il Paese. Il
successo iniziale però si trasforma in una lunga guerra contro
l'inaspettata resistenza libica su cui per anni non si arriva a
conseguire una vittoria definitiva. Nel film Mussolini nomina, come successore sul posto di Pietro Badoglio, il generale Rodolfo Graziani (Oliver Reed), sesto Governatore di Libia,
sicuro che un militare di tale credito saprà schiacciare la rivolta e
ristabilire la pace e la sicurezza dei coloni italiani, in gran parte
provenienti dalle regioni povere del Sud Italia, dal Veneto e
dall'Emilia. Seguendo una strategia precisa dettata da Badoglio,
Graziani deporta popolazioni di pastori seminomadi, fa distruggere il
loro bestiame e, per impedire rifornimenti dall'Egitto, fa costruire un
reticolato di 270 km di filo spinato lungo il confine, costantemente
presidiato dalle truppe italiane. Organizza campi di concentramento dove
regnano denutrizione, stenti, epidemie e soffoca nel sangue la
ribellione. L'idea era di fiaccare l'opposizione dei ribelli libici
coinvolgendo nella repressione l'intera popolazione che forniva
assistenza, visto che la sola opzione militare si era dimostrata
insufficiente. Nel film,
le immagini dei lager, avvalorate dalle foto di cinecronache del tempo,
vanno a segno, e dimostrano la durezza della realtà del colonialismo (I
morti furono tra i 60.000 e i 100.000).

Ciononostante sembra una ricostruzione piuttosto di parte. Nella
realtà la deportazione delle popolazioni libiche nei "campi di lavoro"
aveva come fine allontanare il favore dell'opinione pubblica musulmana
dai ribelli, dunque sarebbe stato controproducente ed insensata
l'attuazione di tali misure repressive.

Si ricordi poi che la fame e gli stenti erano condivise, diversamente
dai campi di sterminio nazisti, anche dai carcerieri e dal popolo
italiano dell'epoca.

. Ad ispirare e guidare la resistenza dei guerriglieri è Omar al-Mukhtar (Anthony Quinn). Insegnante di professione, guerrigliero per dovere, Omar al-Mukhtar si è votato ad una lotta che non potrà vedere vinta nel corso della propria vita.

La storia, che si svolge in Cirenaica,
mostra solo in parte quella che è stata la resistenza libica
all'insediamento e la repressione italiana sul territorio. Molti furono i
gruppi armati anche in altre zone del paese, soprattutto in Tripolitania,
zona che però era già ben controllata dall'esercito coloniale. La
guerra iniziata ad ovest si sposta lentamente verso est e si scontra
contro la resistenza della confraternita Senussita guidata da Omar
al-Mukhtar.

Omar al-Mukhtar ed i suoi uomini si avvalevano di armi obsolete. Graziani controllava il Nordafrica con la forza dell'esercito italiano, aeroplani e carri armati furono impiegati per la prima volta nel deserto. Una dotazione primitiva non poteva reggere il confronto con delle armi moderne - come si afferma nel film
- e malgrado il loro valore i libici ebbero pesanti perdite (nel film
si vedono morire molti soldati italiani, in particolare camicie nere
della Milizia i cui ufficiali si distinguono per efferatezza ed indicati
nel film come italiani cattivi e militari fer





oci).

L'arresto di Omar al-Mukhtar da una foto dell'epoca
Nonostante tutto ciò, essi impegnarono per venti anni gli italiani
impedendo loro di conseguire una vittoria completa. Nel film viene
esaltato il coraggio e l'eroismo dei poi pochi ma veloci cavalieri
berberi armati di fucili, contro i blindati e i mezzi corazzati
dell'esercito italiano, decisamente inutili nel deserto.

In una scena Omar al-Mukhtar mostra il suo lato umano rifiutandosi di uccidere un giovane ufficiale superstite di un agguato (contrariamente a quanto scritto nei libri di storia[1]), riconsegnandogli anche la bandiera italiana catturata in combattimento poiché secondo lui nell'Islam non si uccidono i soldati prigionieri, ma si lotta solo per la propria patria e solo se mossi dalla necessità; altrimenti si deve odiare la guerra.
Lo sceneggiatore farà successivamente uccidere quel tenente italiano
alle spalle e a tradimento da un altro ufficiale italiano, appartenente
alla Milizia fascista.

Nel film al-Mukhtar viene catturato dalle truppe nazionali italiane (mentre in realtà fu catturato da uno squadrone di regolari libici a cavallo inquadrati nei Regi Corpi Truppe Coloniali)[2].

Nelle riprese è presente anche un raro documento di una veduta aerea
del campo di concentramento che gli italiani crearono in Libia per
rinchiudere la popolazione che appoggiava la resistenza. Alcune scene
poi rappresentano l'uso dei gas per combattere i ribelli oltre al
bombardamento aereo sull'oasi Cufra (uno dei principali centri dei
Senussi) in pieno Sahara.

Il film è ambientato nel 1931, anno in cui Graziani - figura chiave del film - fu nominato vice governatore della Cirenaica italiana, una delle due regioni libiche.

Censura in Italia

Le autorità italiane hanno vietato la proiezione del film nel 1982 perché, nelle parole del presidente del consiglio Giulio Andreotti, «danneggia l'onore dell'esercito». Il veto fu posto dall'allora sottosegretario agli Affari Esteri Raffaele Costa[3].

Fu anche intentato un procedimento contro il film per "vilipendio delle Forze Armate". La pellicola non fu mai distribuita nel Paese, dove resta tuttora introvabile nelle videoteche, anche se più facilmente reperibile tramite Internet.

Nel 1987 fu bloccata la proiezione dalla DIGOS in un cinema di Trento, ci fu così un processo che si concluse però con un nulla di fatto.

L'anno seguente venne proiettato semi-ufficialmente nel festival di Riminicinema a Rimini.[4]. In seguito è stato proiettato non ufficialmente in altri festival senza alcuna interferenza da parte delle autorità.

Craxi promise di mandarlo in onda sulla RAI, ma la promessa non fu mantenuta[5][6].

In occasione della sua prima visita ufficiale in Italia, il 10 giugno 2009, il leader libico Mu'ammar Gheddafi si presentò all'aeroporto italiano di Ciampino
con appuntata al petto la fotografia che ritrae l'arresto di
al-Mukhtār, accompagnato dall'ormai anziano figlio dell'eroe libico[7]. In quell'occasione, la piattaforma televisiva Sky annunciò la proiezione del film l'11 giugno[8], replicandolo più volte, ponendo così fine a un caso di censura durato quasi trent'anni[9].

Produzione

Il film venne girato a Hollywood, a Roma e Latina (si intravedono della città la Casa del Combattente e la Cattedrale di san Marco) e in Libia, nel deserto e nel Fezzan.

Il film Il leone del deserto fu parzialmente finanziato con 35 milioni di dollari da Mu'ammar Gheddafi, il quale chiese l'inclusione di una scena storicamente inesatta che mettesse in cattiva luce i Senussi, in modo da separare la figura di al-Mukhtar, suo riferimento ideale, da quella di re Idris I, capo dei Senussi e cacciato dalla rivolta di Gheddafi.[1]

Il film è stato ripetutamente trasmesso dalla televisione libica, per diffondere la visione storica di Gheddafi il quale è rappresentato da bambino presente all'impiccagione di al-Mukhtar[senza fonte]. Questa circostanza è un mero falso, in quanto Gheddafi nacque nel 1942, vale a dire alcuni anni dopo la morte di al-Mukhtar.

Critica

Lo storico inglese Denis Mack Smith ha scritto sulla rivista Cinema nuovo:
"Mai prima di questo film, gli orrori ma anche la nobiltà della
guerriglia sono stati espressi in modo così memorabile, in scene di
battaglia così impressionanti; mai l'ingiustizia del colonialismo è
stata denunciata con tanto vigore... chi giudica questo film col
criterio dell'attendibilità storica non può non ammirare l'ampiezza
della ricerca che ha sovrinteso alla ricostruzione".[10]

Note

  1. ^ wikipedia, Omar al-Mukhtar.
  2. ^ Domenico Quirico, Lo squadrone bianco, Milano, Edizioni Mondadori Le Scie, 2002, p. 313.. "A
    catturare Omar al-Mukhtar fu uno squadrone di altri libici che
    servivano nei nostri reparti a cavallo... Fu pura fortuna, perché il
    destriero di quel vecchio guerriero nella fuga inciampò facendo cadere a
    terra il suo padrone. L'uomo aveva un fucile a tracolla a sei cartucce,
    ma essendo ferito a un braccio non riusciva a puntare la sua arma. Il
    libico che vestiva la nostra divisa puntò il fucile e stava per sparare,
    non c'era pietà in quella guerra fratricida. Si fermò quando l'uomo
    lanciò un grido: "Sono Omar el Muchtàr!"
    .
  3. ^ Gianni Lannes, Ustica 1911, il lager della vergogna in l'Unità, 14 settembre 2001. URL consultato il 12 dicembre 2009.. In evidenza il brano: «In
    Germania, che pure non è tanto critica col suo passato nazista vedono
    nelle sale "Schindler's list", a noi italiani ci è stato negato di
    vedere un film crudo e veritiero nei minimi dettagli, trattasi di "Omar
    Mukhtar - il leone del deserto" con Anthony Quin, Gastone Moschin, Raf
    Vallone che racconta la storia dei partigiani libici scannati
    dall'esercito savoiardo. Il liberale Raffaele Costa rispose a
    un'interpellanza parlamentare dicendo che "Il film non poteva essere
    proiettato sugli schermi italiani perché offendeva il nostro esercito".
    »
  4. ^ Il leone del deserto, terrelibere.org. URL consultato il 7 aprile 2014.
  5. ^ Film satanici/1 - Omar Mukhtar il Leone del Deserto, 8 febbraio 2006. URL consultato il 7 aprile 2014.
  6. ^ Omar Mukhtar - Il leone del deserto su MyMovies. URL consultato il 7 aprile 2014.
  7. ^ Gheddafi in Italia con foto eroe anti-italiano sul petto, reuters.com, 10 giugno 2009. URL consultato il 7 aprile 2014.
  8. ^ Il leone del deserto arriva su SKY Cinema, sky.it, 10 giugno 2009. URL consultato il 7 aprile 2014.
  9. ^ Dopo trent’anni, via il divieto italiano al «Leone del deserto», corriere.it, 11 giugno 2009. URL consultato il 7 aprile 2014.
  10. ^ Eric Salerno, Genocidio in Libia, Roma, 2005, p. 15
  11.  
  12. L0001 r1.jpg

    Rodolfo Bigotti e Irene Papas in una foto di scena
    Titolo originale Lion of the Desert

    أسد الصحراء
    Paese di produzione Libia
    Anno 1981
    Durata 172 min.
    Colore colore
    Audio sonoro
    Genere guerra, storico
    Regia Moustapha Akkad
    Sceneggiatura H.A.L. Craig
    Interpreti e personaggi
    Doppiatori italiani
    Il leone del deserto (in arabo: أسد الصحراء, Asad al-ṣaḥrāʾ), realizzato 

lunedì 24 novembre 2014

L'Innfamia si cancella sul palcoscenico Avvenire 23/11/2014

L'Innfamia si cancella sul palcoscenico

#CEARPES #CooperativaLILIUM

Avvenire 23/11/2014



Nell'opera "Nove petali di loto" la storia della coop CEARPES di Chieti , distrutta da una bugia.






Avvenire 23/11/2014 Mallagiustizian. 2
L'infamia si cancella sul palcoscenico

La giustizia, alla fine, ha fatto il suo cor­so. Molto lentamente, ma lo ha fatto: i 32 imputati sono stati assolti confor‑
mala piena da tutte le accuse. Ma nessun sospiro di sollievo per qu este persone e le lo­ro famiglie: dopo nove lunghi anni, la loro vita è stata azzerata da un sistema giudizia­rio in cui accusa e sensazionalismo media­tico vanno a braccetto, complici la lentezza dei processi e le copie in più quando si evo­cano mostd e misteri e casi da risolvere.12 o - pera di cine-prosa "Novepetalidi loto"
di Mi­
loVallone e Luca Pompei, messa
in scena in
prima nazionale martedì
scorso al Teatro
Fontana di Milano e
ora in giro per l'Italia, è
liberamente
ispirata al clamoroso caso di
malagiustizia
che ha travolto la cooperativa
Cearpes
di San Giovanni »affilo, in provin­
cia
di Chieti. All'epoca dei fatti, un vero e
proprio centro di eccellenza nel centro -sud per l'accoglienza di minori cori gravi e gra­vissimi disagi socio-comportarnentali e psi­chiatrici, utenti in doppia diagnosi, e pro­blemi di dipendenze e psichiatrici. Una realtà che aveva un fatturato di oltre 5 mi­lioni di euro, 100 dipendenti, 50 ospiti in due complessi dotati di tutte le autorizza­zioni
e numerose visite di personalità po­
lltiche
e istituzionali affascinate da un e­
sempio
di accoglienza e cura.
Ma il 2004 e il 2005, l'inizio della fine: pre­sunti casi di naaltrattamenti, fatti emergere ad arte da rappresentanti di realtà concor­renti di Cearpes (e quindi interessate a pren­deme il posto), hanno fatto scattare ripetu­te indaffini che, vessazione dopo vessazio­ne, articolo dopo articolo, hanno cliffusonel­l'opinione pubblica locale l'idea che quel‑
l'esempio virtuoso celasse, in realtà, una ca­sa degli orrori, a discapito di utenti indifesi e fragili. Nel frattempo, cento dipendenti li­cenziati (di cui alcuni tornati nel preceden - te stato di tossicodipendenza e tre morti per overdose), settantafamiglie sul lastrico, pro­prietà messe in vendita, ospiti della struttu­ra disloc ad in altre o abbandonati al loro de­stino, otto milioni di patrimonio perduto, e via dicendo. Eimbattibile "macchina del fango", ancora una volta, è andata pitl velo­ce di quella s orma cchios a, per non dire con­nivente, della giustizia italiana, che ha e­messo i suoi verdetti di assoluzione soia al­l'inizio di quest'anno.
Sulla scia della tradizione del "teatro
civile",
pensato per denunciare
ingiustizie, anche
"Nove petali
di loto" nasce come meticolo­sa operazione-verità per provare ad affian­
care all'assoluzione la dignità delle vittime di questa macchina del fango, ma anche per accendere i riflettori sulla schizofrenia, su come la sicura, sulle professionalità neces­sarie, e aprire un varco sulla malattia men­tale, un mondo che esiste ma che
n on si vuo - le accettare perché ha sempre fatto paura. «I segni di un calvario giudiziario ed uma­no, pure con la completa assoluzione, ci so­no rimasti impressi sulla pelle — spiega Do­minique Quattrocchi, fondatore della coo­perativa Cearpes — e nessuno si è preso la briga di chiedere scusa. Ora che abbiamo ottenuto
giustiziacrediamo di avereildovere
di
raccontare la nostra storia e di chiedere
una completa riabilitazione dei nostri nomi, del nostro passato, del nostro lavoro». «Il fiore di loto — spiega Milo Vallone, au­tore
e attore — è bellissimo ma la sua esi­
stenza
non è così facile. Quando inizia a
germogliare,
si trova sotto l'acqua sporca
di
laghi o piccoli stagni, circondato da fan­
go e melma e tormentato da pesci e in­setti. Ma il flore di loto si fa forza e, cre­scendo, sale verso la superficie dell'acqua per emergere in tutta la sua bellezza. Que­sto spettacolo racconta una storia vera e triste di malagiustizia».

venerdì 14 novembre 2014

Invito: A teatro il calvario di un uomo ed una cooperativa assolti in 16 processi








Invito


A teatro il calvario




di un uomo ed una
cooperativa assolti in 16 processi
Ingresso libero

Martedì 18
novembre a Milano
la prima nazionale di
“Nove petali di loto” 

Un’operazione-verità sul
“Caso Cearpes”, vicenda emblematica della giustizia in Italia, un cortocircuito
giudiziario-politico-mediatico che si è abbattuto su una coop sociale abruzzese

9 anni di processi per
l’assoluzione con formula piena di 32 imputati da tutte le accuse
. Nel frattempo Cearpes – che contava 90 dipendenti,
50 ospiti e 5 milioni di fatturato - è stata azzerata. Oltre 70 famiglie
buttate sul lastrico dalla malagiustizia, la cattiva politica e l’eco dei
media. A tutela di tutte le vittime nasce ora l’associazione Amici di
Cearpes Onlus.

Il caso Cucchi, il processo agli accusatori di
Saviano, la sentenza #grandirischi a L’Aquila…ma anche l’assoluzione delle 3
maestre di Pinerolo, gli scontri tra magistrati alla procura di Milano… la cronaca
giudiziaria italiana
offre quotidianamente la fotografia di un sistema
ASSURDO, CHIUSO IN SE STESSO, incapace di assicurare la GIUSTIZIA, di
autocorreggersi, di ottenere così la fiducia dei cittadini.

Martedì 18 novembre – presso il
Teatro Sala Fontana - debutta in Prima Nazionale a Milano “Nove Petali di
Loto”,
l’opera di cine-prosa
di
Milo Vallone e Luca Pompei liberamente ispirata ad una vicenda minore (il “Caso
Cearpes” in Abruzzo”) ma emblematica di tante storie italiane.

Dalla storia paradossale e kafkiana di
Cearpes e del suo direttore Dominique Quattrocchi nasce uno spettacolo che
affronta i temi scottanti del potere, della relazione con le istituzioni, la
burocrazia…dei rapporti tortuosi tra chi agisce e chi gestisce. Il calvario
umano, professionale e giudiziario di un uomo e dei suoi amici/soci  alle
prese con un lavoro difficile (occuparsi di minori con problemi
socio-comportamentali…), a contatto quotidianamente con la vera FOLLIA umana,
la pazzia di ragazzi che vivono – soprattutto in Italia - in un autentico
LIMBO, tra leggi che non esistono e strutture che non hanno l’adeguato sostegno
della politica ma soprattutto della comunità civile.

Una pièce che si colloca nell’ambito
della migliore tradizione del teatro civile italiano, per far conoscere un caso
paradossale e accendere così i riflettori sulla SCHIZZOFRENIA, su come la si
cura, sulle professionalità necessarie e sulle autorità chiamate a riconoscerle
e a tutelarle.
Un progetto culturale
che intende perciò rappresentare un GRIDO, una DENUNCIA per aprire un varco su
un mondo – la malattia mentale - che esiste e che non si vuole conoscere
e/o accettare perché ha sempre fatto PAURA.

80 minuti, 6 attori in scena ed un progetto tra cinema e teatro che vede
la firma dell’attore e regista Milo Vallone e di Luca Pompei.
«“Nove petali di Loto” è un testo di fantasia, liberamente ispirato ad una
storia vera. Già nel titolo c’è la metafora che vogliamo raccontare: il fiore
di loto è un fiore bellissimo ma la sua esistenza non è così facile. Quando
inizia a germogliare, si trova sotto l'acqua sporca di laghi o piccoli stagni,
circondato da fango e melma e tormentato da pesci e insetti. Ma il fiore di loto
si fa forza e, crescendo, sale verso la superficie dell’acqua. Col tempo lo
stelo continua ad allungarsi e il baccello lentamente emerge dall’acquitrino.
E’ allora che il loto comincia ad aprirsi, petalo dopo petalo, nell’aria pulita
e nel sole – spiega Milo Vallone regista, attore e coautore di questa pièce
della memoria
. –   Lo spettacolo segue il progetto CineprOsa, un
modello di realizzazione che vede l’incontro e l’intreccio tra i linguaggi
teatrali e quelli cinematografici, ne nasce così un vero e proprio
cine-spettacolo che vede un continuo rimbalzo narrativo tra palco e schermo».

Un affresco drammatico, liberamente
tratto da una vicenda che ha fatto scalpore e continua a farlo per l’evidenza
di quegli elementi di malaffare, di superficialità e violenza che sono un
emblema dell’Italia che prova a farcela ma sbatte contro il muro d’acciaio
degli interessi dei pochi. La vicenda kafkiana di un uomo nel giusto
schiacciato da un meccanismo capace di stritolare chi prova a mettersi di
traverso, anche solo per difendere se stesso, il proprio lavoro, i principi in
cui crede.

Dopo 9 anni ora si cerca di ristabilire
una verità accertata sul piano giudiziario ma ancora lontana dall’essere
abbracciata appieno da una comunità troppo spesso sviata e sconvolta da notizie
parziali, sensazionalistiche e spesso
prive di fondamento.

«La nostra struttura era un
punto di riferimento in Italia
per
l’accoglienza di minori con gravi e gravissimi disagi socio-comportamentali. In
pochi giorni siamo diventati degli orchi, un’ associazione a delinquere ed i
segni di un calvario giudiziario ed umano durato 9 anni, pure con la completa
assoluzione di tutti gli imputati, ci sono rimasti impressi sulla pelle. – spiega
Dominique Quattrocchi, fondatore della cooperativa C.E.A.R.P.E.S.
 –
Nessuno si è preso la briga di chiedere scusa per un errore giudiziario che ha
messo in ginocchio 70 famiglie per bene e aumentato a dismisura le difficoltà
dei ragazzi nostri ospiti. Ed ora che abbiamo ottenuto giustizia crediamo di
avere il dovere di raccontare la nostra storia e di chiedere una completa
riabilitazione dei nostri nomi, del nostro passato, del nostro lavoro. Ancora
una volta occorre poi sottolineare come, oltre a noi operatori, sono stati
loro, i ragazzi, le vittime di una macchina del fango che ha spazzato via la
struttura che li ospitava, li ha costretti a tornare al loro disagio, in
circostanze percepite come ostili, creando loro ansia e fomentando la
sensazione di inadeguatezza e insicurezza che li aveva condotti verso la
necessita di un’assistenza».

Per la tutela delle vittime e per la
difesa di chi ha messo nel suo lavoro ogni oncia della sua vita ed ha visto
sgretolarsi ogni cosa nasce inoltre l’associazione Amici di CEARPES le
cui finalità sono quelle della tutela di tutte le vittime: di quelle del
disagio, tornando a proporre strumenti di sostegno socio sanitari di qualità ma
anche di quelle della malagiustizia, a partire dalla cooperativa Cerapes fino a
tutte le strutture colpite ingiustamente  da procedimenti giudiziari o
campagne diffamatorie 
attraverso i media.
Le
riportiamo il titolo del Il Giornale di Domenica ,
19/10/2014
La comunità salva le vite I processi inutili la
uccidono
Centro di eccellenza, esce dalla Legacoop e iniziano i
guai: 47 visite dei Nas e denunce finite nel nulla, ma l'attività ormai ha
chiuso. E tre ex ospiti sono morti per droga
Per Maggiore informazione le inviamo in allegato Il pieghevole
 della manifestazione e il nostro
comunicato stampa. Inoltre Le indichiamo il link della notizia dato dal Fatto
di Rete8 dell’Anteprima a Pescara  http://youtu.be/hdLYAcS8yZg e con la nostra news lettere che ripercorre i
momenti drammatici vissuto dalla cooperativa  CEARPES con la introduzione
del noto criminologo Francesco Bruno http://www.cooplilium.it/img/giornalino/numero%2018/onda18.pdf .

Milano, 11 novembre 2014


345.9375248



Informazione:
Associazione Amici di  CEARPES
Sede: via Verdi, 18 –
66020 San Giovanni Teatino (CH) Italia
Tel./fax Uffici +39 085.9431044
Codice Fiscale: 93052130692